L’arte del Lotto

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Ci sono artisti che scardinano i luoghi comuni. Si tirano fuori dagli schemi storici proposti, li mettono in discussione e non vogliono proprio trovarvi collocazione. Lorenzo Lotto è il prototipo di questi artisti. In una scena che vede contrapposti i grandi centri rinascimentali dell’arte, la scuola fiorentina-romana e quella veneziana, lui, veneziano di nascita (1480), opera tra Treviso, Bergamo e soprattutto le Marche.

Ai pittori-divi del rinascimento, Lotto contrappone una personalità schiva e complicata. E allo schematico conflitto tra mondo del colore veneto e mondo del disegno fiorentino-romano risponde con una pittura ricca di umanità e contaminazioni.

In lui, il tonalismo veneto d’origine si fonde con un caloroso sentimentalismo lombardo, cui si aggiungono gli echi della lezione raffaellesca e michelangiolesca conosciuta a Roma nei primi anni del Cinquecento. Quel che permette al Lotto di equilibrare istanze tanto diverse è la sua immensa personalità artistica: il pittore non subisce le influenze, ma le piega ai propri scopi. Non cede in un verso o nell’altro, ma utilizza la tradizione veneta, quella romana e fiorentina, l’umanità lombarda per rafforzare una propria personalissima poetica.

Di lui il Vasari si limitò a sottolineare la figura di uomo pio e devoto. E non stupisce: Come comprendere, allora, un pittore di tanto talento che abbia deciso di rifugiarsi nei borghi delle Marche, anziché trovare un posto nella mondanità artistica di uno tra i grandi centri del rinascimento? Che, tornato per un certo periodo a Venezia, non riesce ad inserirsi nella scia tracciata da Tiziano, perché troppo intimamente legato alla propria poetica?

La sua è una personalità complessa e moderna, che difatti verrà compresa a posteriori. Oggi, Lorenzo Lotto è considerato tra le figure artistiche più importanti del Cinquecento, certamente la più umana, riflessiva e fragile. Continua a non trovare posto negli schemi della storia artistica: non veneto, non fiorentino né romano, nemmeno lombardo o cortigiano. Ha un capitolo dedicato nella storia dell’arte, solo, perché non riconducibile a una tradizione geografica piuttosto che ad un’altra.

Nemmeno a quella marchigiana, ma nelle Marche trovò conforto, la quiete necessaria per dipingere, le committenze religiose e, in fin di vita, l’ospitalità della Santa Casa di Loreto. Delle Marche apprezzò, probabilmente, l’assenza di quella mondanità trionfalistica che caratterizzava i grandi centri: si direbbe, oggi, un antidivo in tempi di divismo esasperato.

Di lui, le Marche conservano ben 24 opere, molte delle quali fondamentali nella storia del nostro rinascimento: da Jesi ad Ancona, da Cingoli a Recanati e Loreto, da Mogliano a Monte San Giusto. L’itinerario regionale dedicato al pittore è tra i più significativi del Paese: per la quantità e qualità delle opere, e per il profondo rapporto che le lega al territorio in cui sono fortunatamente rimaste.

 
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